
I luoghi hanno memoria. Ricordano tutto. Il ricordo è inciso nella pietra. È più profondo delle acque più profonde. È come sabbia delle dune, che si sposta di continuo.
Wim Wenders
L’altro volto di Wim Wenders. Sempre dietro un obiettivo, ma questa volta quello della macchina fotografica.
Da sempre, durante i suoi viaggi, Wenders ha l'abitudine di portare con sé la macchina fotografica panoramica per ritrarre i momenti e i paesaggi più significativi, in grado di colpire in modo forte e profondo il suo occhio allenato.
Le fotografie sono visioni che scardinano le logiche del paesaggio, la normale scala delle cose e regalano all’osservatore attento e stupito momenti di assoluta ricchezza visiva.
Paesaggi sconfinati si stendono di fronte a chi guarda le foto di Wenders; vasti orizzonti dividono il mondo nei suoi elementi primordiali, l'acqua, la terra e l'aria; i deserti e le montagne sovrastano lo spettatore, con il loro vuoto e la loro maestà; le facciate delle case, a l'Avana o a Berlino o Gerusalemme, mostrano anche le parti più nascoste della nostra cultura.
Le fotografie di Wenders ritraggono sempre un mondo spoglio, quasi privo di presenza umana, distante, per creare visioni di natura incontaminata o paesaggi dove le tracce dell'uomo sono fin troppo evidenti.
Ma se all'inizio fotografare era per il regista una sorta di diario visivo, col tempo è diventato una maniera di espressione in sé.
Quello di Wenders, come racconta egli stesso nel volume “ Immagini dal pianeta terra ”, è un viaggio attraverso molti luoghi «alcuni dei quali stanno scomparendo o sono già scomparsi, il cui ricordo dovrà aggrapparsi alle immagini che abbiamo mentre altri luoghi sopravvivranno anche dopo di noi».
Città, strade, paesaggi, qualche interno, raramente persone. Le foto di Wenders non raccontano storie, sono piuttosto frammenti, istantanee raffinate.

Si tratta di scatti quasi sempre realizzati da una prospettiva frontale, neutra, puramente descrittiva, senza angoli. Spesso, come si è detto, eseguiti con una macchina panoramica, per catturare il respiro del paesaggio, sia esso urbano o naturale, e consegnarlo alla contemplazione dello spettatore.
Lo spettatore si trova cosi proiettato nell’Outback australiano per arrivare al Midwest americano, attraverso il Giappone più spirituale e l’Israele moderno dei luoghi sacri. Pur restando fermo, percorre strade polverose, si troverà dinanzi a orizzonti di montagne, avrà la sensazione di essere nei motel e nei drive-in, davanti a stazioni di benzina deserte, depositi di autobus, binari che scompaiono nel nulla, negozi abbandonati, cinema in disuso, monasteri giapponesi, foreste di bambù, strade di Berlino e Gerusalemme o della Habana Vieja, e infine dinanzi al silenzio gelido e mortifero di Ground Zero.
Su tutto e tutti il pianeta Terra, catturato da un “ fotografo di paesaggi”, come si autodefinisce Wenders, perché «i paesaggi hanno storie da raccontare e sono molto di più che semplici luoghi. In un film i luoghi devono necessariamente giocare un ruolo secondario rispetto alla storia e ai personaggi. Nelle fotografie posso dar loro il ruolo centrale».
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