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L’architettura è un’arte tattile, ma anche un oggetto trascurabile che va consumato in modo distratto. Benjamin insiste sulla ricezione abitudinaria nel rapporto uomo-architettura: <<colui che si raccoglie davanti all’opera d’arte vi si sprofonda[…] inversamente la massa distratta fa sprofondare nel proprio grembo l’opera d’arte>>; egli oppone la distrazione al raccoglimento e la percezione distratta della massa come la vera unica conoscenza di un’opera architettonica, questa la rende differente dalle altre arti che hanno bisogno di attenzione per essere osservate.
Per Benjamin si fruisce dell’architettura in duplice modo, attraverso l’uso e attraverso la percezione: in modo tattico o in modo ottico. Nei confronti dell’architettura l’abitudine determina la ricezione ottica, così questa viene subordinata all’occasionalità. Ma la ricezione distratta non è una forma riduttiva rispetto alla ricezione “impegnata”, è un’appropriazione dell’oggetto qualitativamente diversa, e se la distrazione nei confronti di un quadro o di una scultura è mancanza, nell’architettura la ricezione distratta non è sottrazione estetica, essa è propria del rapporto intimo e originario dell’architettura con l’uomo. L’architettura non può essere un oggetto contemplabile senza un contesto, anzi non può essere un oggetto contemplabile solo visivamente, non può essere solo bella forma o prospetto perché altrimenti non sarebbe più architettura ma diverrebbe sottospecie della plastica . Essa va vissuta e compresa e misurata, mai sospesa dal suo tempo e dal suo contesto. Spazio e tempo sono parte integrante della fotografia, la quale si sviluppa su questi due assi, reinterpretati e compressi in una nuova realtà che è appunto quella fotografica.
La città viene matematizzata, essendo la geometria euclidea fondamento dell’architettura e dell’obiettivo, la geometria e la matematica sono ciò che fanno compatibili i due linguaggi. Fotografia e architettura sono uniti dall’astrazione matematica che è alla base del progetto architettonico e dello scatto fotografico. La geometria fissa le coordinate dello spazio a priori, l’architettura a posteriori.
La fotografia coglie l’istante, è astorica, determina le coordinate dello spazio nell’istante dello scatto, che è temp-durèe, immutabile alle trasformazioni del fluire del tempo . Il tempo nell’architettura, invece, si sedimenta rendendola col suo passare sempre diversa. L’architettura è tempo storico.
L’istante fotografico è una divaricazione del tempo, è memoria, memoria nel senso di forza attiva, immaginazione come ha sostenuto Bergson. La fotografia mostra quindi il passaggio del tempo, che, come detto, storicamente si sedimenta sulle strutture architettoniche, il tempo è spazialmente presente è il temp espace del filosofo francese.
L’architettura e la fotografia danno forma allo spazio e alla luce, ne determinano i limiti e ne rendono possibile la loro percezione e la loro conoscenza. La fotografia modifica lo spazio attraverso la luce, l’architettura la luce attraverso lo spazio. La manipolazione del tempo, la combinazione della luce e dello spazio completano la nostra visione e la attualizzano in un solo istante: quello fotografico.
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