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L’idea della fotografia come inesauribile possibilità d’espressione e
come formidabile linguaggio visivo ha permesso a Luigi Ghirri di non
fossilizzarsi sugli stessi elementi, ma di rivolgere la propria
attenzione su una enorme quantità di soggetti, cercando di trovare
“all’interno della geometria e della fissità dello spazio della camera
oscura, la misura della rappresentazione dell’esterno”.
Rappresentazione dell’esterno che diventa occasione di riflessione sui problemi lasciati aperti dalla tradizione pittorica e fotografica a cui variamente si richiama, da Guardi a Bellotto, da Piero della Francesca al Beato Angelico, da Breugel a Hopper a Frank. La sua formazione culturale muove dalle ricerche fotografiche di Tymothy O’Sullivan, e approda alla fenomenologia di Husserl e Merleu Ponty , prende le mosse dalla fotografia americana degli anni ’60 e dalla Beat Generation, dalla cinematografia neorealista e dai film di Antonioni e Fellini, lambendo alcuni aspetti della cultura pop e delle ricerche dei Nuovi Topografi, in particolare William Eggleston, anche se forse l’interesse di Ghirri per certi aspetti del reale viene prima. Ma è lo stesso Ghirri a sottolineare con le parole di Bob Dylan , un autore importante per la conoscenza del suo lavoro , il problema delle influenze, della priorità, e dell’originalità della sua opera: “Non so dirvi chi mi ha influenzato perché sono troppi da nominare e potrei lasciarne fuori qualcuno…apri gli occhi e le orecchie e vieni influenzato e non ci puoi far niente”.
Il lavoro di Ghirri, è un lavoro soprattutto sul vedere e sulla memoria, tale da “attivare nuove strategie di rappresentazione, che tengano conto del mondo esterno e dei mondi interni, del fotografo e dell’osservatore” Con le sue fotografie compie una riflessione sull’ambiguità delle strutture dell’immagine andando alla ricerca di una visione pura, un istante zero della fotografia in grado ancora di stupire il fotografo, in modo che, lo sguardo sul mondo sia la prosecuzione di uno sguardo interiore, in cui il ricordo/nostalgia è la traccia per non dimenticarlo, per capirlo o semplicemente per riscoprirlo e rivederlo.
Gli spazi che descrive Ghirri, hanno forme e colori diversi, e tuttavia sembrano uguali in tutti i luoghi , vuoti spazi invisibili entro i quali vive la possibilità della realtà. Le sue fotografie attualizzano l’originale, conferendogli nuovo senso, e acquisiscono una vita che li rende indipendenti dal modello. La rappresentazione del mondo risolta in immagini non consiste in un semplice trasferimento, ma in un’operazione di selezione e di rapporti pertinenti.
Luigi Ghirri è il fotografo senza qualità , nelle sue immagini, come nel romanzo di Musil, non si percepisce il senso della realtà ma il senso della possibilità in quanto le sue fotografie sono realtà non ancora nate, sono la capacità di pensare a tutto quello che potrebbe ugualmente essere, dando la stessa importanza a quello che è ,ma anche a quello che non è. E’ la realtà che suscita le possibilità. Per lui nulla è saldo, tutto è trasformabile, ogni sua osservazione è un’osservazione parziale, ognuna delle sue fotografie è soltanto un punto di vista, di ogni cosa non gli preme sapere che cos’è, ma solo di scoprire un secondario com’è.
L’essenziale per Ghirri accade nelle immagini. L’irrilevante nella realtà.
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© fotografie di Luigi Ghirri
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