
L’opera di
Candida Höfer ridetermina i limiti dello spazio e li documenta. Il suo sguardo è preciso, senza pregiudizi, e segue un solitario principio di piacere dell’archiviare
luoghi e situazioni. La fotografia diventa potere di definizione, palesando dettagli e creando una nuova organizzazione dello spazio nel limite di un dato formato. Candida Höfer è una maestra di tale insistenza, ed è sorprendente quanto variegato il sempre uguale si presenti nelle sue fotografie:
nessun luogo è uguale all’altro, per quanto le forme e le strutture si somiglino.
Ma adottare un punto di vista invariato non significa avere una visione oggettiva. Si tratta invece di una
finzione del mondo. Il collegamento tra le immagini e la possibile dimensione dello spazio con le sue diverse implicazioni è meno forte di quanto non sembri. Particolari e superfici, colori e forme, relazioni architettoniche e densità atmosferica dominano questo mondo figurativo che unisce in sé gli spazi più diversi, dalla messa in scena di tipo sacro all’architettura funzionale. Tuttavia,
Candida Höfer non ci fa vedere soltanto l’inconsueto o l’apparentemente assurdo, ma anche lo spazio quando esso è fortemente rappresentativo o simbolico: il
museo come specchio della storia, della scienza e dell’arte, l’auditorium e il teatro come luoghi della grande cultura o la biblioteca come deposito del sapere. (…)
Gli spazi nell’opera recente di Candida Höfer sono liberati da ogni conflitto. Nelle immagini l’uomo non appare quasi mai, e vediamo soltanto la
messa in scena delle sue idee sociali e politiche. Gli interni stanno ugualmente uno di fianco all’altro, sia sul piano storico che su quello psicologico, funzionale o programmatico, e ogni reale differenza è eliminata: l’architettura barocca sta accanto alle attrezzature di un laboratorio, arredamenti borghesi vengono messi a confronto con aule, teatri o monumenti commemorativi.
Le fotografie sono spassionati inventari e allo stesso tempo
specchi pieni di nostalgia, fantasiose e ricche rappresentazioni della molteplicità degli spazi interni, di mobili, installazioni, murales, lampadari, ornamenti, intarsi nonché delle varie funzioni e strutture dell’architettura. I lavori di Candida Höfer oscillano tra questi contrasti, mantenendo la tensione tra immagine e rappresentazione, tra concetto idealizzato e utilizzo reale. Eppure
non rappresentano la realtà: la fotografia del resto non mostra mai la realtà, bensì una delle possibili varianti della nostra percezione. I suoi punti di riferimento sono situazioni, superfici, atmosfere, che l’artista addensa, accorcia e inventa sulla pellicola della realtà percepibile. Questo limite narrativo va sempre ribadito, soprattutto quando la dimensione, la precisione e la necessità formale delle immagini ci danno l’impressione di avere a che fare con una realtà reale. (…)
Nell’opera di Candida Höfer c’è poco di privato. Mancano anche i
luoghi simbolo del potere del momento, quelli destinati alla progettazione militare, alle ricerche segrete, al soggiorno dei potenti, al controllo o alle funzioni di difesa. Quello che si rivela ai nostri occhi non è una critica sociale o dell’architettura nel senso più stretto, ma la proposta di un
archivio creato con l’ossessione per gli interni e gli allestimenti più diversi. L’interrogarsi sulle regole, le gerarchie e le funzioni che costituiscono lo sfondo sociale per i singoli edifici e spazi interni non sta al centro dell’opera di Candida Höfer.
L’uomo costruttore e utilizzatore viene omesso, semmai appare soltanto marginalmente; le sue preoccupazioni e le sue speranze, il suo ruolo di proprietario o di fruitore, di intruso o di padrone si manifesta appena. Tale necessità formale è la condizione di fondo della sua opera che per necessità deve mostrarsi in modo sintetico. Senza di essa, il grande e ormai internazionale
excursus architettonico di Candida Höfer sarebbe impensabile. È troppo vasto il campo dell’architettura, e troppo contraddittoria è la sua funzione di mezzo di rappresentazione della politica, della religione, dell’economia o della cultura secolarizzata; e altrettanto inafferrabili sono le molteplici reazioni e opinioni pubbliche quanto al suo significato, alla sua funzionalità, alla sua apparenza. (…)